TUTT’UNO – il corpo perpetuo dell’anima

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Questo romanzo breve racconta del pirotecnico perpetuarsi di una storia d’amore. In una folle, ciclica riproposta narrativa, i protagonisti riescono ad individuare il mito fondativo sui cui pilastri avviare la ricostruzione di una credibile idea di sé.




Un brano del romanzo:


[…]

Sono lì seduta – la storia comincia così – quando Tu ti affacci sulla soglia. Ed entri: hai la camicia di forza buttata su una spalla, alla manigolda, appesa ad un dito. La tua testa è leggermente reclinata da un lato. Non sembri molto curioso. Te ne freghi di tutto. Ti guardi semplicemente in giro con l’aria impudente. Indifferente alle regole più per svogliatezza che per ribellione.
Io faccio silenzio. Probabilmente, prima della tua comparsa sulla scena, stavo borbottando un po’ tra me e me come mi succede spesso. Stavo pensando ad alta voce. Ma non stavo pensando a nulla di speciale, ero tranquilla, te l’ho detto.
E tranquilla sarei rimasta se non fossi arrivato Tu. D’un tratto: eccoti lì! Spavaldo, arrogante – mi sono detta. E allora ti ho affrontato di petto: “Qui è di rigore la camicia di forza. La prego di indossarla!”
Ti dissi così… Queste sono state le prime parole che ti ho detto.
“Lo so – lo so – lo so!” è stata la tua risposta, sparata a raffica. La tua risposta standard, un tic della lingua, un tic linguistico.

No, questa storia così non funziona, va raccontata diversamente. Voglio raccontare tutto per bene, in uno stile diverso.
Ci vuole un bel c’era una volta…
…una donna.
Sì, c’era una volta una donna che, dopo mille avventure, cercate o capitate per caso, dopo mille viaggi e amori e guerre, trovò finalmente un’ isola di pace, un luogo dove tutto era calmo, tranquillo. Lì questa donna veniva riverita e curata come una regina, con il suo fantastico abito ermellinato… Lì era lontana dai tormenti del mondo. Lì questa donna – che poi sarei io, è inutile nasconderlo più a lungo – era stata messa in sicurezza.
Lì, dunque, io ero al sicuro dai nemici e Dio sa se ne ho avuti!… e da me stessa, cui non sono mai riuscita a sfuggire del tutto. Lontana, pensavo, da schiamazzi e tentazioni.
Questa donna, che si chiamava “Io”, se ne stava bella comoda sul suo trono austero, protetta dal suo abito magico, tutto bianco salvo alcuni ciuffetti neri. E stava pensando ai fatti suoi o ai casi del mondo. E intanto, mentalmente, prendeva appunti per un discorso che avrebbe dovuto tenere. Ogni tanto buttava lì una parola, una frase. Lo faceva sottovoce, col suo solito garbo.
In quella, un avventuriero uscito da una vecchia pellicola che un tempo aveva riscosso molto successo, entrò nella stanza senza farsi annunciare. Senza neppure bussare o schiarirsi la gola, fu dentro. Non salutò, si limitò a guardarsi intorno e prese atto della mia presenza come di quella del pianoforte che avevamo in fondo alla sala. Il suo abito era slacciato, indecoroso. Glielo dissi.
E lui per tutta risposta, come perennemente stanco delle obiezioni che il mondo gli muoveva, fece: “Lo so – lo so – lo so”. E, senza fretta, prese a infilarsi la sua palandrana, che poi era una camicia non dissimile dalla mia. “Non pensavo si trattasse di una regola da prendere alla lettera” mi disse con un tono che era a metà tra l’indolente e il rassegnato.
Poi avrebbe aggiunto un altro dei suoi “lo so!” col quale era solito scandire ritmicamente il tempo.

“L’indumento ce l’ho, sempre a portata di mano… e comunque mi adeguo” fu la sua conclusione. Era chiaro l’intento di tranquillizzarmi.
“Ecco, bravo!” gli dissi, contenta di non aver dovuto insistere per ottenere un po’ di rispetto e di decoro.
Lui – che poi saresti Tu, questo oramai l’avrai capito – mi si avvicinò con un’aria un po’ imbarazzata che da te non mi sarei aspettata.
“Le spiacerebbe allacciarmela?” mi chiedesti facendo cenno alla camicia. E ti girasti con le braccia già incrociate sul petto.
Irritata ti dissi: “Ma non s’avvede che risulto impedita nel libero impiego delle mani?!?”
E allora Tu: “Vorrà dire che prima la slaccio, così può darmi una mano. Ovviamente non posso allacciarmi da solo, altrimenti va a farsi benedire tutto il senso della faccenda…”
“Acconsento. Ma affrettiamoci, non vorrei farmi trovare slacciata” ti dissi io e mi girai per farmi slacciare. Una volta liberate le braccia, le scossi, mi rimboccai le lunghissime maniche e mi diedi da fare per legarti saldamente, per rinchiuderti dentro il tuo indumento.
A questo punto Tu eri allacciato, ma io?
“E adesso? Come trarmi da questo impiccio? Chi mai potrà rinserrarmi?” - ero disperata e incredula di essermi infilata in una situazione così imbarazzante.

[…]


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